Ritardato pagamento: l’assenza di colpa va provata

Fonte: FiscoOggi

Sentenza n 11593 del 18 maggio 2007

Ritardato pagamento: l’assenza di colpa va provata

Il ricorrente deve dimostrare di avere fatto tutto il possibile per adempiere l’obbligazione

Il contribuente non può addurre a sua difesa che il ritardo nel pagamento dell’obbligazione tributaria sia dipeso da causa a lui non imputabile, se non dimostra la propria assenza di colpa. Il principio è stato espresso dalla Cassazione, con la sentenza n. 11593 del 18 maggio 2007.

La controversia in esame trae origine dalla notifica di una cartella esattoriale, con la quale l’ufficio chiedeva a una Srl il pagamento di sanzioni e interessi per ritardato versamento di un acconto Irpeg. Il rappresentante legale della società presentava ricorso in Commissione tributaria provinciale, lamentando l’inesigibilità del credito: l’obbligazione tributaria non era stata adempiuta per causa a essa non imputabile, ovvero a causa della mancata realizzazione di crediti nei confronti di una Asl.

La Ctp accoglieva il ricorso, motivando che le sanzioni e gli interessi non erano dovuti, dal momento che il ritardato pagamento era dipeso da un fatto estraneo alla volontà della società contribuente, ossia dall’illegittimo comportamento della Asl, che non aveva versato le somme spettanti. Insomma, secondo i giudici, “anche per le violazioni tributarie occorre la volontarietà del comportamento del contribuente, dovendosi escludere che possano applicarsi le sanzioni e gli interessi quando il mancato tempestivo pagamento sia stato determinato da fatti estranei alla sua volontà“.
La sentenza di primo grado era confermata in Commissione regionale.

Nel ricorso per cassazione, l’Amministrazione finanziaria deduceva che quanto argomentato dai giudici di appello era affetto dal vizio di falsa applicazione dell’articolo 1218 cc, atteso che la società non aveva dato prova dell’impossibilità oggettiva della prestazione ovvero “dell’impossibilità assoluta di pagare quanto dovuto al fisco“, né aveva dimostrato di avere usato l’ordinaria diligenza nel reperimento di altre fonti finanziarie.

Le ragioni poste alla base della sentenza di legittimità meritano un breve esame della normativa di riferimento.
Secondo l’articolo 1218 cc, “il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile“. Questa regola, che è posta a tutela della posizione del creditore, richiede, affinché possa essere esclusa la responsabilità contrattuale, la prova della sopravvenuta impossibilità della prestazione da parte del debitore.

Invero, il concetto di “impossibilità della prestazione” non imputabile al debitore, può essere variamente inteso.
In particolare, si può adottare un criterio rigoroso di responsabilità, che faccia carico al debitore di ogni evento (anche incolpevole) che attenga alla sua persona o rientri nella sfera di influenza e di organizzazione aziendale, così circoscrivendo l’impossibilità liberatoria alle sole ipotesi in cui questa dipenda da cause del tutto estranee a tale sfera (ad esempio, un’inondazione o un terremoto). E’ l'”impossibilità oggettiva” (si dice che, in tal caso, grava sul debitore una responsabilità oggettiva).
Oppure si può adottare un criterio meno rigoroso, che tenga il debitore responsabile solo per negligenza, imprudenza o imperizia (oltre che per dolo, ovviamente), considerando liberatoria qualsiasi impossibilità incolpevole, anche quando sia meramente soggettiva, dovuta cioè a cause attinenti alla persona del debitore o interne alla sua sfera di influenza e organizzazione aziendale; si dirà allora che sul debitore grava solo una responsabilità per colpa.

In realtà, non è facile dare una definizione rigida dell’impossibilità liberatoria, indipendentemente dalla natura del rapporto, in quanto i diversi tipi di legami contrattuali richiedono talvolta regimi diversi di responsabilità, spesso definiti da norme specifiche dettate per i singoli contratti.

Di conseguenza, il debitore risponde talvolta oggettivamente, per il semplice fatto che l’inadempimento sia dovuto, anche senza sua colpa, a causa interna alla sua sfera di influenza e di organizzazione; altre volte, invece, il debitore risponde solo quando l’inadempimento sia imputabile a sua colpa, cioè al mancato impiego della necessaria diligenza, attenzione e perizia.
Tuttavia, quando sul debitore grava una responsabilità per colpa, poiché il citato articolo 1218 cc pone a suo carico la prova che l’inadempimento sia stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile, “la generica prova della sua diligenza e correttezza non può essere sufficiente a dimostrare l’assenza di colpa del debitore in relazione all’inadempimento, atteso che la prova della mancanza di colpa esige la dimostrazione o dello specifico impedimento, che ha reso impossibile la prestazione o, quanto meno, la prova che, qualunque sia stata la causa, questa non possa essere imputabile al debitore” (cfr Cassazione, sentenza n. 1500 del 16 febbraio 1994).
In altri termini, il debitore è esonerato da responsabilità solo quando l’inadempimento dell’obbligazione deriva da cause estranee alla volontà o alla colpa (impossibilità oggettiva).

Con riferimento alle obbligazioni pecuniarie, aventi per oggetto il pagamento di somme di denaro, va, poi, rilevato che il debitore che non paghi puntualmente non può esonerarsi da responsabilità adducendo la sopravvenuta mancanza di mezzi finanziari (“impotenza finanziaria“), quand’anche questa sia incolpevole. Il rischio delle conseguenze dannose delle crisi di liquidità è posto a carico del debitore in correlazione con la sua piena libertà di organizzazione finanziaria delle proprie attività.

La responsabilità per il ritardo nel pagamento potrà invece essere esclusa nelle ipotesi eccezionali in cui il ritardo stesso sia dovuto a cause oggettive. Questo vuol dire, secondo l’orientamento prevalente sia in dottrina che in giurisprudenza, che, in presenza di un’obbligazione pecuniaria, il debitore risponde dell’inadempimento o del ritardo, a meno che non provi che questo sia dovuto a un’impossibilità oggettiva della prestazione derivante da causa a lui non imputabile. Una semplice impossibilità soggettiva non basta a liberarlo da una responsabilità: entro questi limiti, dunque, il debitore risponde senza colpa (cfr Cassazione, sentenze nn. 3844/1980, 2555/1968, 1606/1950 e 1403/1943).

Tanto precisato, i giudici, con la sentenza in commento, hanno accolto il ricorso dell’agenzia delle Entrate, considerato che il contribuente non aveva dimostrato la propria assenza di colpa nell’avere effettuato intempestivamente il versamento dovuto. In particolare, la Corte ha affermato che la natura moratoria (articolo 1224 cc) degli interessi per ritardato versamento “deriva dalla presunzione di colpevolezza dell’inadempimento, salva la facoltà, concessa al debitore dall’ art. 1218 cc, di provare che l’impossibilità della prestazione dipende da causa a lui non imputabile“.
Pertanto, quando il debitore affermi che l’impossibilità della prestazione è causata dal fatto del terzo (nella specie, mancato pagamento di somme dovute dal servizio sanitario), egli deve dimostrare la propria assenza di colpa, “ossia di avere fatto uso dell’ordinaria diligenza per rimuovere l’ostacolo frapposto all’esatto adempimento dell’obbligazione, anche mediante l’eventuale reperimento di altre fonti finanziarie” (cfr Cassazione, sentenze nn. 11717/2002, 6354/1996 e 4983/1984).

Su tali base, la Cassazione ha ritenuto dovute le sanzioni e gli interessi moratori per ritardato versamento, atteso che la società contribuente non aveva fornito gli elementi di prova idonei a dimostrare, oltre il dato obiettivo della sopravvenuta impossibilità della prestazione, l’assenza di colpa, ossia di avere fatto tutto il possibile per adempiere l’obbligazione.

Al riguardo, giova ricordare, altresì, per completezza espositiva, che la Suprema corte, con la sentenza n. 11659 del 17 settembre 2001, aveva precisato che, in tema di riscossione delle imposte, non trova applicazione il principio di cui all’articolo 1218 cc, in quanto la prova dell’impossibilità di adempiere la prestazione, derivante da causa non imputabile al debitore, è ammessa solo in relazione a controversie sul risarcimento del danno da inadempimento, mentre è esclusa nella materia tributaria, “essendo le relative procedure disciplinate da disposizioni specifiche che tengono conto della peculiarità del rapporto tributario che si istaura tra un soggetto privato ed uno pubblico“; peraltro, “le esigenze del contribuente non sono obliterate, trovando riconoscimento, nei casi espressamente previsti, nella possibilità di rateizzare il pagamento, riconosciuta dall’art. 19 del DPR 602/73“.
Francesca La Face

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