La Corte di Cassazione considera “estorsione” il lavoro nero sotto ricatto

Fonte: Pasquale Orlando

Può costare caro agli imprenditori – una condanna a tre anni e sei mesi di reclusione, per estorsione – tenere i dipendenti ‘in nero’ (senza contratto di lavoro, con salari bassissimi e nessun diritto) con la costante minaccia, in caso di ‘alzate di testa’, di sbatterli fuori e di rimpiazzarli col primo disoccupato che passa. La Cassazione ha infatti confermato a carico di tre datori di lavoro sardi di Nuoro il verdetto con il quale la Corte di Appello di Cagliari (contrariamente ai giudici di primo grado che li avevano assolti) li ha giudicati colpevoli di estorsione infliggendo proprio tre anni e mezzo di carcere ciascuno.

Nelle due società dei tre imprenditori, le dipendenti – tutte donne – erano costrette ad “accettare trattamenti retributivi deteriori non corrispondenti alle prestazioni effettuate“, subivano “condizioni di lavoro contrarie alla legge e ai contratti“, non godevano di ferie, lo straordinario non veniva pagato, niente assistenza assicurativa. Nel migliore dei casi alle lavoratrici veniva corrisposta la paga prevista dai contratti di formazione lavoro, sebbene lavorassero per molte più ore. Il tutto in un clima nel quale i datori “ponevano le dipendenti in una situazione di condizionamento morale, in cui ribellarsi alle condizioni vessatorie equivaleva a perdere il posto per via di una situazione in cui la domanda di lavoro superava di gran lunga l’ offerta“.

Ad avviso della Suprema Corte – sentenza 36642 della Seconda sezione penale – in questa situazione si configura il reato di estorsione, protrattasi per oltre dieci anni. Nessun successo ha, infatti, avuto la linea difensiva degli imputati – Andreina L., Gaetano e Maurizio L., tutti poco più che cinquantenni – che hanno provato a schivare la condanna al carcere chiedendo di ricevere solo le sanzioni previste per chi tiene dipendenti non in regola. Quello che abbiamo fatto – hanno detto a Piazza Cavor – “costituisce espressione del non eccezionale fenomeno del lavoro nero, ma non integrerebbe gli estremi dell’estorsione perché le lavoratrici avevano accettato quelle condizioni senza ricorso ad alcuna violenza“. Ma per la Cassazione “l’accettazione di quelle condizioni non fu libera perché condizionata dall’assenza di altre possibilità di lavoro“.

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