La lettera di risposta dell’On. Ricardo Franco Levi a Beppe Grillo

Fonte: Governo Italiano – Leggi l’articolo originale

Caro Grillo,

ho letto il suo commento al disegno di legge di riforma dell’editoria appena approvato dal governo e vorrei tranquillizzare lei, i lettori del suo blog e, più in generale, il “popolo di Internet”.

Con il provvedimento che tra pochi giorni inizierà il suo cammino in Parlamento non intendiamo in alcun modo né “tappare la bocca a Internet” né provocare “la fine della Rete“. Non ne abbiamo il potere e, soprattutto, non ne abbiamo l’intenzione.

Ciò che ci proponiamo è semplicemente di promuovere la riforma di un settore, quello, per l’appunto dell’editoria, a sostegno del quale lo Stato spende somme importanti, che è regolato da norme che si sono succedute in modo disordinato nel corso degli anni e che corrispondono ormai con grande fatica ad una realtà profondamente cambiata sotto la spinta delle innovazioni della tecnologia.

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Un disegno di legge contro la libera informazione in rete

Riportiamo integralmente questo articolo del nostro amico Tiziano Solignani su questo disegno di legge.

 

Obbligo di registrazione per i blog.

Il blog di Grillo si occupa oggi di un argomento molto preoccupante, un disegno di legge in base al quale tutti i blog dovrebbero essere registrati presso un’Autorità appositamente costituita e, a quanto pare, avere anche alle spalle un direttore responsabile, sceglibile all’interno dell’elenco dei pubblicisti, e una società editoriale.

Diciamo la verità, oggigiorno i giornali chi li legge più, tra coloro che sono internettianamente alfabetizzati? Per me stesso, ad esempio, il luogo spazio-temporale che fino a pochi anni fa era occupato dalla “sfogliata” del quotidiano è stato sostituito da tempo dall’apertura di google reader, noto feed reader grazie al quale consulto tutti i blog di interesse.

Oscar Wilde diceva che i giornali sono “illeggibili”, ma al suo tempo, e nel suo Paese, i giornali erano molto migliori di oggi. I giornali veri non esistono più da tempo, esistono delle vetrinette di notizie e opinioni spesso autoreferenziali al sistema politico. Basta guardare un telegiornale estero per rendersene conto: mentre i nostri immasticabili tigi aprono immancabilmente con la trafila dichiarazioni del papa e dichiarazioni dei politici di turno sull’ennesimo “non fatto” del giorno, i notiziari esteri parlano prima del mondo e poi del loro Paese, riferendo sempre fatti veri e documetati.

Nei giornali ci sono persone che non dicono quel che vale la pena di sapere perchè o non ne hanno voglia o ne avrebbero ma non possono per esigenze editoriali. Ce lo spiegò anni fa Bruno Vespa, inspiegabilmente uno dei più conosciuti “giornalisti” italiani, sempre in testa alle classifiche come autore di libri più venduti, quando candidamente ammise che nei giornali e nei telegiornali bisognava seguire le indicazioni dell’editore di riferimento, che nel suo caso erano, rispettivamente, il tg1 e la democrazia cristiana.

L’obbligo di avere un direttore responsabile, scelto dall’elenco dei pubblicisti, fu introdotto storicamente durante il fascismo e non poteva essere diversamente. E’ una grandissima ingiustizia, dal momento che per poter esprimere una opinione a nessuno può in nessuno Stato democratico essere richiesto di essere previamente iscritto ad un albo, ma in Italia nessuno è mai riuscito a togliere questo obbrobrio senza pari nemmeno in alcuni paesi dittatoriali, dove se dici qualcosa che nion va bene al governo magari dopo ti incaprettano ma intanto lo puoi stampare e diffondere senza paura di prendere una multa. Anni fa è stato fatto un referendum, che però è andato deserto, senza raggiungimento del quorum, un po’ per la nostra cronica mancanza di senso civico e un po’ per l’esagerato uso che, dello strumento, si è fatto negli ultimi anni, non per colpa di quelli che vi hanno fatto ricorso ma dell’immobilità del sistema politico.

Oggigiorno l’unica cosa che vale la pena di leggere sono i blog. Ci si lamenta che i giovani non leggono e non seguono certe tematiche, ma se i giovani devono leggere quotidiani come il Giornale, il Corriere della Sera, Repubblica o l’Unità, tanto per citarne alcuni, fanno benissimo a non leggere. E se devono interessarsi a certe problematiche guardando Porta a porta o Mentana, fanno altrettanto bene.

Sappiamo riconoscere il profumo della libertà quando lo sentiamo e quell’odore oggi ce l’hanno solo i blog, un disegno di legge come questo, concepito peraltro in un periodo in cui i governi dovrebbero avere ben altri problemi a cui pensare, e soprattutto in contesto in cui all’editoria vecchia e logora, quella di cui non frega niente a nessuno e che non leggono nemmeno coloro che ne sono incensati, lo Stato versa mensilmente milioni di euro di sussidi, è veramente vergognoso. Un disegno di legge che non giova a nessuno e provoca solo conseguenze dannose.

Giù le mani da internet, anche io vi invito a scrivere a Levi, come Beppe Grillo, per dirgli, se credete, tutto il male che pensate di questa proposta di legge.

 

 

L’arbitrato telematico, un’alternativa snella, rapida ed economica

Fonte: PMI.it – articolo di Rocco Gianluca Massa

Internet è senza dubbio un’importante vetrina per le imprese, piccole o medie, che intendono concludere affari ed instaurare partnership commerciali, ma tale prospettiva al contempo presenta sempre più spesso scenari e problematiche difficilmente percorribili dalle stesse aziende. Emblema di ciò sono ad esempio le controversie nascenti da rapporti commerciali intrapresi da queste ultime, contenziosi che, se affrontati innanzi ad un Giudice di Pace o ad un Tribunale, richiedono per la definizione una tempistica non adeguata alle esigenze imprenditoriali dei soggetti coinvolti.

In tale ottica le imprese sono sempre più orientate a ricercare soluzioni “alternative” alla giustizia ordinaria, strumenti di risoluzione delle controversie caratterizzati da:

  • una maggiore snellezza procedurale,
  • rapidità decisoria,
  • economicità.

Uno di questi è senza dubbio l’arbitrato, un istituto alternativo alla giustizia ordinaria di cui due o più parti (legate ad esempio da una relazione commerciale) si avvalgono per risolvere un conflitto, presente o futuro, affidando la decisione della controversia ad un terzo privato -l’arbitro- diverso dal giudice statale.

L’arbitrato rientra tra gli A.D.R. (Alternative Dispute Resolution), strumenti di risoluzione delle controversie particolarmente capillarizzati ed affermati all’estero ed ancora in fase di crescita e diffusione in Italia. L’istituto sebbene sia stato negli anni oggetto di ripetuti interventi da parte del legislatore italiano, è principalmente regolamentato dal codice di procedura civile; al riguardo è doveroso il richiamo al d.lgs. 2 febbraio 2006 n.40 che ne ha riformato profondamente la disciplina e ricostruito i rapporti fra autorità giudiziaria ed arbitri in termini di competenza.

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